Pubblicato il 17 ottobre 2026Aggiornato il 24 ottobre 20263 minuti di lettura
Guida rapida su Fine della convivenza: all’ex spetta un assegno? Alimenti, casa e novanta giorni per lasciarla: In questa pagina trova i riferimenti di legge, i documenti necessari e le tutele operative per «Capire prima di firmare». Per ricevere senza impegno un preventivo di massima scritto suddiviso nelle 3 voci ex art. 147 L. Notarile, può utilizzare il calcolatore rapido dello Studio.
In breve
- Chi convive senza sposarsi non ha diritto al mantenimento dopo la rottura, come invece avviene dopo un divorzio.
- La legge 76/2016 prevede solo gli alimenti: il necessario per vivere, a chi è in stato di bisogno e non riesce a provvedere a sé stesso.
- Gli alimenti durano per un periodo proporzionale agli anni di convivenza e li fissa il giudice.
- Se la casa è di chi lascia, serve un preavviso di almeno novanta giorni con il contratto di convivenza.
Dopo molti anni insieme la coppia si lascia. Uno dei due ha lavorato meno per seguire la casa e i figli, e ora non ha un reddito. Può chiedere un assegno all’altro? La risposta è meno tutelante di quanto molti pensano. Vediamo che cosa dice la legge.
Esiste l’assegno di mantenimento per l’ex convivente?
No. L’assegno di mantenimento spetta ai coniugi in separazione e, in forme diverse, dopo il divorzio. Ai conviventi di fatto non spetta. La legge ha scelto una tutela più leggera.
Che cosa spetta, allora?
Spettano gli alimenti. Li prevede il comma 65 della legge 76/2016. Il giudice li riconosce a chi si trova in stato di bisogno e non può provvedere al proprio mantenimento. Per stato di bisogno si intende una situazione in cui manca il necessario per vivere: non basta guadagnare meno dell’ex partner.
Gli alimenti seguono le regole dell’articolo 438 del codice civile. Si misurano sul bisogno di chi li chiede e sulle possibilità economiche di chi li deve. Non servono a mantenere il tenore di vita avuto durante la convivenza.
Per quanto tempo durano?
Il giudice li assegna per un periodo proporzionale alla durata della convivenza. Più anni si è vissuti insieme, più a lungo possono durare. Non esiste una tabella fissa: decide il giudice, caso per caso.
Quali sono i passi per ottenerli?
- Si prova che la convivenza c’è stata. La dichiarazione anagrafica di convivenza aiuta molto, ma il giudice può accertarla anche con altri mezzi.
- Si dimostra lo stato di bisogno.
- Ci si rivolge a un avvocato, perché gli alimenti li stabilisce il giudice. Il notaio non può fissarli.
E la casa dove si abitava?
Dipende da chi ne è proprietario. Se la casa è di entrambi, serve un accordo per venderla, dividerla o lasciarla a uno dei due. Se è solo di uno, l’altro non ha un diritto di restare dopo la rottura. Fa eccezione la morte del proprietario, di cui parliamo in La casa dei conviventi.
Se i conviventi hanno firmato un contratto di convivenza, la legge protegge chi deve lasciare la casa. Quando uno dei due recede, e la casa è nella disponibilità esclusiva di chi recede, la dichiarazione deve concedere all’altro almeno novanta giorni per andarsene. Senza questo termine il recesso è nullo.
Quando cessa la convivenza?
- Per la morte di uno dei due.
- Per il matrimonio o l’unione civile di uno dei due, con l’altro o con un’altra persona.
- Per l’accordo di entrambi.
- Per il recesso di uno solo, che nel contratto di convivenza richiede una dichiarazione scritta e autenticata.
Che cosa si può prevedere prima?
Chi convive può scrivere un contratto di convivenza dal notaio. Vi si possono regolare la residenza, i contributi alle spese comuni e il regime patrimoniale. È il modo per evitare che la fine della coppia diventi un conflitto. Lo spieghiamo in Il contratto di convivenza dal notaio. Chi ha figli trova indicazioni in Figli di conviventi: per loro il mantenimento è dovuto sempre, come per i figli di sposati.
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Fonti per verificare
- Legge 20 maggio 2016, n. 76, commi 36-65 (in particolare commi 61 e 65) – normattiva.it
- Codice civile, artt. 433 e 438 (obbligo e misura degli alimenti) – normattiva.it
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