Pubblicato il 27 ottobre 20266 minuti di lettura

Muore il padre, lascia tre figli e un terreno agricolo. Due vivono in città e vogliono vendere. Il terzo è rimasto, lo lavora da quindici anni. Quando si arriva al momento di dividere, i due che vogliono vendere scoprono che non è così semplice: non perché il fratello si opponga, ma perché la legge, in questo caso, gli riconosce qualcosa che in genere nessuno si aspetta.

Il Consiglio Nazionale del Notariato ha dedicato al tema lo Studio n. 38-2025/P, di Giuseppe Musolino, approvato dalla Commissione Studi Pubblicistici il 26 marzo 2025 e pubblicato nel notiziario del 1 luglio 2025. Lo Studio ricostruisce come l’interesse pubblico alla coltivazione dei suoli — per la produzione nazionale e per l’equilibrio ambientale e idrogeologico — arrivi a modificare le regole generali della successione per causa di morte.


Un affitto che nasce da solo, senza che nessuno lo firmi

La norma di riferimento è l’articolo 49, comma 1, della legge 3 maggio 1982, n. 203, in materia di contratti agrari. Dice, in sostanza, questo: quando muore il proprietario di fondi rustici condotti o coltivati direttamente da lui o dai suoi familiari, gli eredi che al momento dell’apertura della successione già esercitavano su quei fondi attività agricola — come imprenditori agricoli a titolo principale o come coltivatori diretti — e continuano a esercitarla, hanno diritto a proseguire nella conduzione o coltivazione, anche per le porzioni comprese nelle quote degli altri coeredi, e sono considerati affittuari di quelle porzioni.

Tradotto: fra i coeredi si costituisce un rapporto di affittanza agraria che nessuno ha stipulato. Non c’è un contratto da firmare né una trattativa: il rapporto nasce dalla legge, al verificarsi dei presupposti. Il figlio che coltiva diventa affittuario delle quote dei fratelli; i fratelli diventano, loro malgrado, proprietari concedenti.

I tre presupposti

Lo Studio dedica un capitolo a ciascuno dei presupposti. Sono tre e vanno tutti verificati: se ne manca uno, il meccanismo non scatta.

Un diritto che dipende solo da lui

Lo Studio qualifica la posizione degli eredi imprenditori agricoli o coltivatori diretti come diritto potestativo. È un’espressione tecnica con una conseguenza concreta: il rapporto si costituisce per effetto della sola volontà di chi coltiva, e gli altri coeredi non possono impedirlo. Non c’è un consenso da dare. Possono solo contestare che i presupposti ci siano, discutere sul canone, ed eventualmente rivolgersi al giudice.

Da quando decorre

Il rapporto decorre dalla data di apertura della successione, cioè dal giorno della morte: non dal giorno in cui gli eredi si mettono d’accordo, né dalla dichiarazione di successione o dalla divisione. Lo Studio dedica un paragrafo specifico al dies a quo del rapporto locativo, ed è un dettaglio di peso: se la morte è avvenuta anni prima e la questione emerge solo oggi, il rapporto esiste già da allora, con tutto ciò che ne segue sui canoni maturati.

Il canone: come si determina

Qui serve una premessa onesta. L’articolo 49, comma 1, non fissa una cifra né indica una formula: stabilisce che il rapporto di affitto fra i coeredi è disciplinato dalle norme della stessa legge n. 203 del 1982. Il canone, quindi, non è “zero”, ma non è nemmeno un importo che si legge in tabella.

Lo Studio dedica un capitolo apposito alla determinazione del canone nella costituzione ex lege del contratto agrario ai sensi dell’articolo 49, comma 1: segno che il punto è tecnicamente controverso. In pratica il canone si determina secondo le regole della legge sui contratti agrari, tenendo conto delle caratteristiche del fondo, della coltura e dell’estensione delle quote affittate; e nella maggior parte dei casi si arriva a un accordo scritto fra i coeredi, invece di lasciare la cifra indeterminata per anni. Non Le scriviamo un numero qui, perché un numero generico su questa materia sarebbe falso.

Un legato che la legge dispone al posto del defunto

Lo Studio affronta anche la natura giuridica di questa attribuzione e la inquadra come legato ex lege: un’attribuzione che non deriva dal testamento né da un accordo, ma dalla legge, che la dispone direttamente in favore dell’erede coltivatore. È la ragione per cui il diritto del figlio che coltiva non si tocca scrivendo un testamento diverso: il padre, con il testamento, dispone delle sue quote, non del meccanismo che la legge collega alla coltivazione di fatto.

Lo Studio ricorda anche che questa norma speciale è stata criticata in dottrina e ha avuto una sua vicenda davanti alla Corte costituzionale, e colloca la sua ragione d’essere in due interessi: l’interesse pubblico allo sviluppo dell’agricoltura e il favor familiae.


Torniamo ai tre fratelli: che cosa succede davvero

Mettiamo che i presupposti ci siano tutti: il fratello che è rimasto è coltivatore diretto, lavorava quel fondo quando il padre è morto, continua a lavorarlo. Allora:

Se invece i presupposti non ci sono — il fratello ha tenuto pulito il terreno ma non è coltivatore diretto né imprenditore agricolo, oppure la coltivazione era cessata quando il padre è morto — non nasce alcun affitto: si resta nella comunione ereditaria ordinaria e il terreno si vende o si divide con le regole normali. Per questo il primo lavoro da fare non è discutere, ma accertare.

Che cosa facciamo noi

Se ha una successione aperta con un terreno agricolo che uno dei coeredi coltiva, può chiedere un preventivo scritto senza impegno oppure prenotare un appuntamento, in studio a Via Cuma n. 6 o in Consulenza online. Se ha i documenti, li guardiamo in tempi brevi.


Fonti

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Marco Fiorentino, notaio in Napoli, iscritto nel Ruolo dei Distretti Notarili Riuniti di Napoli, Torre Annunziata e Nola. Partita IVA 00362508889. Scheda del Consiglio Nazionale del Notariato. Gli atti si firmano nello Studio a Napoli.

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