Pubblicato il 12 ottobre 2026Aggiornato il 13 ottobre 20264 minuti di lettura

In 30 secondi

  • Chi riceve per testamento una rendita vitalizia incassa una somma ogni anno, finché vive.
  • Su questa rendita si paga l’imposta di successione. Il valore si calcola con un moltiplicatore legato al tasso di interesse legale.
  • Con tassi legali molto bassi il moltiplicatore diventava enorme. L’imposta poteva superare quanto il beneficiario avrebbe mai incassato.
  • La Corte costituzionale, con la sentenza n. 89/2026, ha stabilito che per questo calcolo non si può usare un tasso inferiore al 2,5%.
  • La soglia vale anche per l’imposta di registro sulle rendite e per le norme della riforma del 2024.

Lasciare a qualcuno una rendita per tutta la vita è un gesto antico e molto umano. Lo si fa per la persona che ci ha assistito negli ultimi anni, per una collaboratrice di casa, per un amico in difficoltà. Per anni, però, il fisco ha calcolato il valore di quella rendita in un modo che dava risultati assurdi. Ora la Corte costituzionale ha messo un limite. Vediamo che cosa è successo e che cosa cambia.

Come si calcola l’imposta su una rendita vitalizia

Una rendita vitalizia non ha un prezzo di mercato, come una casa. La legge sull’imposta di successione la valuta così: si prende l’importo annuo e lo si moltiplica per un coefficiente. Il coefficiente dipende dall’età del beneficiario ed è fissato con decreto. Cambia con il tasso di interesse legale: più il tasso è basso, più il coefficiente è alto.

Per l’usufrutto il sistema regge, perché c’è un passaggio in più. Prima si calcola il reddito annuo del bene con il tasso legale, poi si applica il coefficiente. Un tasso basso riduce il reddito e alza il coefficiente: i due effetti si compensano. Per la rendita vitalizia questo passaggio non c’è, perché l’importo annuo è già scritto nel testamento. Così, con il tasso legale vicino allo zero, il valore fiscale della rendita è salito senza nulla che lo bilanciasse.

Il caso arrivato alla Corte

Una signora di 77 anni aveva ricevuto per testamento una rendita di 18.000 euro all’anno. Chi l’aveva lasciata non era un suo parente. Con il tasso legale allo 0,2% il coefficiente era 150. Per il fisco la rendita valeva circa 2,7 milioni di euro. L’imposta, all’8% previsto per chi non è parente, arrivava a circa 216.000 euro. In pratica avrebbe dovuto pagare subito dodici anni di rendita.

Per la Corte questo risultato è irragionevole. Contrasta con il principio di capacità contributiva, previsto dagli articoli 3 e 53 della Costituzione. Un’imposta che può superare il valore di ciò che si riceve non tassa una ricchezza: la toglie.

Che cosa ha deciso la Corte

La sentenza n. 89/2026 è stata depositata il 28 maggio 2026. Riguarda l’art. 17 del D.Lgs. 346/1990, nel testo in vigore prima della riforma del 2024. La Corte lo dichiara illegittimo perché non prevede un limite: per il valore della rendita vitalizia non si può usare un tasso inferiore al 2,5%. Con questo tasso minimo il coefficiente scende molto. L’imposta torna in proporzione a ciò che il beneficiario riceve davvero.

La stessa soglia vale per le norme che avevano lo stesso difetto. La prima è l’art. 46 del D.P.R. 131/1986, sull’imposta di registro per rendite e pensioni. Poi c’è l’art. 9, comma 4, del D.Lgs. 139/2024. Vale anche per gli artt. 50 e 102, comma 4, del D.Lgs. 123/2025, il testo unico che si applicherà dal 1° gennaio 2027.

Che cosa cambia in pratica

Come funziona la cessione della casa contro una rendita lo spieghiamo nella guida sulla rendita vitalizia. Franchigie e aliquote dell’imposta di successione sono nella guida su successioni e donazioni 2026.

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Fonti


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Marco Fiorentino, notaio in Napoli, iscritto nel Ruolo dei Distretti Notarili Riuniti di Napoli, Torre Annunziata e Nola. Partita IVA 00362508889. Scheda del Consiglio Nazionale del Notariato. Gli atti si firmano nello Studio a Napoli.

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